La voce della Ragione ha la fisicità di un corpulento avvocato di Oporto che tutti chiamano Loton, dall’attore Charles Laughton da cui ha preso in prestito la fisionomia.

Chissà perché, mentre leggevo le colte e raffinate citazioni sul Tempo e sulla Grundnorm (“Dio è la più potente delle Grundnorm perché inattaccabile”) che esponeva al giovane reporter di Lisbona mandato a far luce sul mistero del cadavere senza testa, le immaginavo scandite con flemmatico accento napoletano.
(Sarà che in generale, Napoli mi ricorda il Portogallo. O per meglio dire, l’idea che ho del Portogallo, non essendoci mai stato).
Davanti alla volontà di annullare l’Esistenza intrinseca alla condizione umana, la Ragione si interroga, si arrovella, cerca di reagire e poi butta la spugna. O forse no.

La storia di un sopruso qualunque avvenuto in un commissariato qualunque, ai danni di una di quelle “povere creature che si aggirano sulla crosta del mondo e alle quali non è promesso il regno dei cieli”, che riesce a diventare metafora universale dell’ animo umano.

Splendido racconto sulla Giustizia (scritta in maiuscolo) e sulla giustizia (scritta in minuscolo), ché alla fine dei conti solo a quest’ultima hanno diritto gli ultimi della Terra.

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The busiest day of the year was January 12th with 33 views. The most popular post that day was “Le Benevole” – Jonathan Littell – Einaudi.

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1

“Le Benevole” – Jonathan Littell – Einaudi January 2010
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2

Roberto Bolaño – I detective selvaggi – Sellerio March 2010
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3

“Gli scarafaggi non hanno re” – Daniel Evan Weiss – Feltrinelli March 2010
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4

Murakami Haruki – Norwegian Wood – Einaudi February 2010
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5

About December 2009

Sono giorni che ogni tanto mi acceca il lampo di un RPG-7, lanciagranate russo o che mi vedo carri armati bombardare città, bombe a mano lanciate nelle stanze.

La guerra. Una delle tante. Una guerra moderna, combattuta nel 2000, di quelle che noistavamochiusineinostricazzi, nelle nostre vite, nei nostri casini.

Lui era in Cecenia, spedito a fare il servizio militare, in guerra. Capita se nasci in Russia.

Un racconto lucido, Lilin non indugia nella prosa, anche se la sua prosa da immigrato è in un italiano perfetto. Indugia nei sentimenti e nelle sensazioni. Mi ha fatto capire una cosa. Che potrei andare in guerra e farei come ha fatto lui.

Cercherei di farmela scivolare. Non so se ne sarei capace. Ma la cosa più stupefacente di questo libro è proprio la quotidianità della guerra. La morte come elemento necessario e neppure così importante. In fondo in guerra non è tanto importante se muori ma come muori.

Poi oggi ho visto questo:

ed è incredibile quanto sia totalmente assurdo questo mondo!

Se il sonno della ragione genera mostri, lo stesso si può dire del sonno della vista.

Perché un mondo di ciechi è un mondo in cui si può sostenere perfino lo sguardo di Dio.

Un mondo in cui la morale non ha più senso, perché non c’è nessuno a cui bisogna nascondere l’animale che abbiamo dentro.

Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono“, dirà la moglie del medico.

(Due considerazioni personali. La prima: era da mesi che non restavo sveglio tutta la notte perché non riuscivo a staccarmi dal libro che stavo leggendo. La seconda: era da anni che non avevo così paura a spegnere la luce prima di dormire.)

Lacrime agli occhi.
Una di quelle storie piccole che fanno grande l’umanità. Una piccola storia che è un invito ad ognuno di noi a non lasciarsi andare, a continuare a credere a quello che pensiamo giusto e a non alienarci da noi stessi anche quando “tutti intorno fanno rumore…”
Sono iniezioni di felicità.
Che poi a me non piaccia molto come scrive Tabucchi, che poi, che poi.. sono altre cose.
Ma quando sei triste e stanco e pensi di essere rimasto da solo a pensare che possa esistere un futuro migliore e quando stai per cedere… sostieni Pereira. 🙂

Si leggono in non più di un’ora i pochi racconti, brevi, di quest’autore americano il cui stile ricorda il pathos secco e vibrante dei quadri di Edward Hopper, muti e immobili, e nello stesso tempo vibranti.

Il tema è il viaggio o la vacanza, con il passaggio della traversata atlantica, nella vecchia Europa, dove varie tipologie di americani viaggiano inseguendo il mito, forse il clichè, del sole e del calore mediterraneo. Il ritratto dell’Italia, zeppa di ruderi, umani e non, e un po’ scrostata ricorda il modo in cui doveva apparire lo stivale a un osservatore yankee dopo la seconda guerra mondiale: pittoresca, arretrata, teatrale e curiosa. In contrasto appare desolatamente spoglia la casa al mare, abitata da pallidi fantasmi di un passato recente, sulle coste del New England in cui si ambienta l’ultimo racconto.

E si avverte appena, sotto la superficie liscia della narrazione, quasi silente anche quando procede in prima persona, il moto delle passioni che fanno risuonare gli animi dei protagonisti. L’essere umano rimane misterioso, anche sotto il sole di Roma e delle spiagge laziali, che si tratti di una principessa della nobiltà capitolina, di uno scrittore ‘laureato’ americano, o di un autore di fiction televisiva.

Interessante il punto in cui (“il mondo delle mele”) l’autore elenca – nelle forme delle letture preferite di uno scrittore in crisi – una sorta di canone letterario degli autori Usa anni ’50-’60: Faulkner, Hemingway e, naturalmente, Fitzgerald. Soprattutto dell’ultimo si sentono gli echi nelle atmosfere leggere e doratamente fataliste, nel macerarsi, si, dei personaggi in una condizione esistenziale dura e alienata, ma non priva di una sua dolorosa, talora etilica, dolcezza.

Più che un romanzo da leggere è una composizione di parole da suonare.

Il piacere del ritmo, il tratteggio di un gesto, di un pensiero, di un’emozione.

Una storia semplice e affascinante: le mille luci di New York quando la luce era ancora un lusso.

Ho fatto l’errore di non leggere questo libro fino ad oggi.

Per perdonarmi, l’ho poi subito letto anche in inglese.

For a moment a phrase tried to take shape in my mouth and my lips parted like a dumb man’s,
as though there was more struggling upon them than a wisp of startled air.
But they made no sound,
and what I had almost remembered
was uncommunicable forever.”

Se non ho ancora letto l’Eleganza del Riccio è perché nelle poche pagine che ho sfogliato ho intuito un autocompiacimento sbob e un po’ troppo sofisticato. Poco adatto a chi, come me, preferisce il gusto autentico del pane caldo con un filo d’olio crudo all’odore dei “cavoli sullo sfondo” della Barbery.

La portineria del palazzo affrescato da Erri De Luca è il ritrovo di pittoresche figure che rappresentano una Napoli che ormai non c’è più. Un posto molto modesto se paragonato ai quartieri chic di Parigi. Ma scambiare due parole con Don Gaetano, custode dello stabile e “dei pensieri della gente” che ci vive, vi farà riscoprire la preziosa dignità di un popolo che riesce sempre a rialzarsi dalla polvere.

Ascoltare Don Gaetano è come guardare le onde del mare, eterne nel loro movimento eppure mai paghe. E’ spostare la polvere da un dipinto e restare affascinati dai particolari rivelati dalla luce, se si ha la pazienza di osservare.

Parole distaccate, eppure mai ciniche, distillate dall’esperienza e servite a poco a poco al protagonista del racconto, uno dei tanti scugnizzi senza famiglia che Don Gaetano alleva come un figlio, tra una partita a scopa e un racconto dell’insurrezione contro i tedeschi. Gli insegna un mestiere, gli insegna a cucinare, gli insegna a riconoscere la nobiltà nella miseria di una “città spagnola che si trova per caso in Italia”. Gli insegna a vivere. E ad aspettare. Fino al giorno in cui si conosce la felicità.

Ho amato davvero tanto l’inizio di questo libro, quasi neo-realista (in senso cinematografico) nel raccontare la spregiudicata curiosità di un bambino che deduce il mondo da una strada. Così come ho amato le sentenze di Don Gaetano, epigrafiche senza essere saccenti.
Purtroppo dove il “documentario” sente la necessità di diventare”racconto”, le grandi speranze che vi avevo riposto si ridimensionano drasticamente.

La storia d’amore del protagonista, sebbene piena di spunti interessanti, è tirata via un po’ di fretta e risulta poco credibile, quasi fuori dal contesto (tranne che per l’epilogo).

Forse perché dopo il bell’elogio di Don Gaetano al dialetto napoletano, la lingua “adatta a raccontare le cose a voce più dell’italiano”, De Luca mette in bocca ai due ‘nnammurati frasi romantiche e pillole di filosofia adatte al balcone dei Capuleti di Verona, più che allo scantinato di un palazzo tra i Vicoli di Napoli.

Lo scrittore, a un certo punto, calca leggermente la mano col suo essere narratore della Napoli che è (stata). Baratta la crudele tenerezza delle piccole cose con i suoi tentativi di sfornare verità “più vere del vero”. Va tutto bene, fin quando lascia al lettore il compito di estrapolare la vita dai panni stesi al sole. Esagera quando prova a stenderli lui.
Ma forse sono eccessivamente critico verso quelle che, per un non napoletano,  saranno solo piccole, perdonabili sbavature. Capita, quando si gioca in casa.

O “della potenza sovrumana di una sola lettera”.

L’unico stimolo, o quasi, di un uomo dai tanti – troppi – nomi e dalla storia terribile e profonda per continuare a vivere e a lottare è proprio questo: l’iniziale abbreviata di uno pseudonimo, per un uomo che di nomi e di volti sembra non averne affatto. I due personaggi, l’eminenza grigia Qoelet e il capitano Gert dal Pozzo, si alternano nella narrazione di poco meno di cinquant’anni di sarabande sanguinarie, eresie riformiste, repressioni inquisitorie e giochi di potere nel cuore dell’Europa, in un paesaggio dominato dagli ultimi splendori di un rinascimento al tramonto, mentre incombeva un nuovo ordine, politico per la nascita degli Stati moderni, e religioso per il suggello di Riforma e Controriforma Tridentina. Dalle tesi di Wittemberg fin quasi alla pace di Cateu-Cambresis i due protagonisti, all’inizio quasi senza saperlo, poi invece inseguendosi con il pugnale pronto a colpire sotto il mantello, si inseguono da Munster al Polesine cercando di cavalcare il corso di eventi storici che cambiarono la faccia dell’Europa e del mondo intero.

In una molteplicità di personaggi secondari, storici e non, dal Magister Thomas Muntzer al cardinal Carafa, dai sefarditi Miquez a Eloy Pruystinck, il capitano e Q. sono – come nel segno premonitore della moneta del regno munsterita di Sion – due facce della stessa medaglia. Perchè solo il denaro ha la proprietà di avere due facce uguali, solo il denaro dura nel tempo e conserva intatta la sua forza e il suo valore. La loro storia è speculare: mentre Q., che fa parte per scelta di un complesso ingranaggio di intrighi e inganni volti a mantenere un determinato status quo, alla fine si troverà nella posizione di tradire i suoi – anche se suona strano chiamarli così – ideali, quello di Gert dal Pozzo, che partendo da una forza ardente e giovane, che vorrebbe cambiare il mondo facendolo bruciare per purificarlo, approda alla sponda opposta del punto di vista di chi cerca di cambiare il sistema rosicchiandolo dall’interno e sfruttando le sue debolezze intrinseche, è il percorso contrario, antipodico.

La prima parte del romanzo storico, quella dei vari tentativi di riforma integralista nella Germania avvolta dalle fiamme di Lutero e delle guerre tra principi e imperatore, e nelle Fiandre, potrebbe essere facilmente adattata al periodo della contestazione che ha percorso il mondo intero a partire dal ’68, con tutti gli strascichi legati a terrorismo di vari colori e trame di servizi segreti. In effetti la narrazione riecheggia una serie di motivi il cui contesto – seppure con accezioni differenti e in epoche storiche diverse – si trova spiegato nelle dispute di Guglielmo di Baskerville e del novizio Adso in “Il nome della rosa”, quando vengono esaminate le motivazioni e i retroscena dell’eresie catare e dolciniane e si discute il ruolo della Chiesa, diviso tra eliminazione fisica dell’eterodossia e tentativi di “comprensione” e integrazione nel gregge dei fedeli. Man mano che ci si addentra nell’intrico di eventi diventa sempre sempre più sottile la linea che separa l’eretico dal santo e l’indemoniato dal veggente…

La prima parte – quella tedesca o massimalista, per intenderci – presenta però delle asprezze. Intanto non c’è chiarezza sulle differenze teologiche tra le varie tendenze riformistiche, si mette tutto insieme sotto il cappello della dottrina della giustificazione per fede contrapposta a quella “romana” delle opere (e delle indulgenze): chiaramente viene privilegiata la linea dell’azione, ma aleggia su tutto questo calderone turbolento di storie ed eresie un senso di confusione. Poi la parte “eretica” sembra mancare di quella patina medievaleggiante che la renderebbe più credibile: in tutta la storia del Regno di Sion a Munster la Bibbia viene citata quasi solo di striscio, eppure è proprio la sua centralità – e l’autonomia nella sua interpretazione – a rappresentare il fulcro della riforma luterana e dei suoi epigoni.

Procedendo, invece, quando Gert dal Pozzo, dopo un breve soggiorno a Basilea arriva tra i liberali calli della Serenissima Repubblica di Venezia, la storia acquista vigore e potenza. Soprattutto prende forza grazie al concentrarsi del racconto intorno al rapporto tra il capitano Gert e l’oscura, sfuggente, obliqua figura di Q., spia del Sant’Uffizio. Figlio di schiere di personaggi letterari, dall’Inquisitore di “Il pozzo e il pendolo” di Poe, al Gesuita russo che condanna Cristo per liberare gli uomini dal fardello della libertà, alle eminenze grigie che popolano i complotti del “Pendolo di Foucault, Qoèlet – che più che un membro dell’assemblea dovrebbe esserne l’arringatore – si mostra titanico e coerente fino alla fine nella pratica del doppio gioco e del tradimento. I suoi appunti privati confrontati con i rapporti al potentissimo cardinale nero Carafa dipingono il ritratto di un uomo capace di fondere insieme e armonizzare l’idealismo più alto, quello della fedeltà alla Santa Madre Chiesa, con una profonda cultura e un pragmatismo cruento e spietato, capace di eseguire impassibile qualsiasi ordine, anzi di prevederli con sussiego, identificando la propria volontà con quella del suo padrone e di affrontare il proprio destino con l’apatia di un saggio stoico.

Così il racconto procede acquistando velocità e spessore, diventa coinvolgente nella rincorsa reciproca di Gert e Q., nel moltiplicarsi e infrangersi della realtà in un complesso gioco di specchi che decostruendo la storia nelle storie che la compongono ne rappresenta fedelmente la molteplicità.

Ed è così che tra papi e imperatori, coraggiosi guerrieri e banchieri senza scrupoli, eresiarchi e cardinali colui che campeggia, solitario, sul frontespizio del romanzo non è che un’umile lettera senza storia…

Q.

“Non sarà il caso di mettere via il cibo da qualche parte?”
“Quello lo fanno le formiche. Sono così ossessionate dall’idea di mettersi al sicuro dai giorni brutti che non ne hanno mai uno bello”.
Bismarck sputò. “Quello non è vivere”.

Goderecce, filosofe, ciniche: sono le blattellae germaniche che popolano la cucina di Ira Fishblatt, avvocato liberal newyorchese di origini ebraiche.
Basta questo breve scambio tra Numeri, l’io narrante del libro, e Bismarck, il suo miglior amico, per rendersi conto del tono del romanzo. Di cui, per la cronaca, non conoscevo nulla al momento dell’acquisto: è bastato il (geniale) titolo a convincermi.

Scarafaggi intellettuali, dunque, perché cresciuti succhiando la cremosa colla che rilega i libri di casa Fishblatt. Ognuno si porta addosso il nome e gli insegnamenti dei volumi-incubatrici: Numeri, Goethe, Rosa Luxemburg, Hegel…

Il fattaccio: la Zingara, bohémien e disordinata fidanzata del padrone di casa (munifica dispensatrice di sporcizia e briciole che sostentano abbondantemente l’intera colonia blattoide) lascia il posto a Ruth, prototipo della donna-mamma ebrea. “E fu pianto e stridore di denti”, chioserebbe con sarcasmo Numeri: fine dell’Età dell’Oro, inizio di carestie e persecuzioni per il popolo degli scarrafoni.

Bisogna inventarsi qualcosa per salvare “i concittadini”.
Ma cosa succede quando il concetto di “società” contamina il modello individualista che ha permesso alla blattella germanica di sopravvivere ai dinosauri? Dove condurrà la scelta di seguire il Duce/Profeta improvvisato?

Tra una disincantata “Critica della Ragion Mammifera” da parte degli “esseri superiori” (già: si scoprirà che sono gli scarafaggi a “tollerare” gli umani, non viceversa) e le strampalate avventure del protagonista (il libro è scritto tutto in prima persona, val la pena di scoprire com’è il mondo visto dal battiscopa) assistiamo a un’irriverente e tragicomica rielaborazione del mito dell’Esodo.

Ottimo lo stile di scrittura. Non per nulla, il libro è stato definito “formidabile” da Daniel Pennac. (Cosa che il quarto di copertina non manca di ricordarci…)
Una vera scoperta.